Nell’antica Roma, sulla via Sacra ai piedi del colle Esquilino, sorgeva un tempietto dedicato alla dea Strena - che altri chiamano Strenua o Strina. Dietro il tempietto vi era un bel giardino con ulivi e alberi di alloro. Tra la fine e l’inizio dell’anno, gli aristocratici si recavano al tempietto e raccoglievano rami di ulivo e alloro per farne dono all’Imperatore e alle famiglie di alto rango.
Con gli anni, la processione della Strena si tramutò nell’usanza di fare dono ai bambini di alcuni dolci di marzapane che si dice avessero l’immagine della dea: una donna enorme con tre seni, come si usa fare ancora oggi in alcuni paesi del Lazio.
In italiano si dice “strenna” come sinonimo di dono, di offerta: una grande strenna natalizia oppure con un significato leggermente negativo: la solita strenna aziendale come dire “di poco conto”. Dante usa questa parola nella Divina Commedia:
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Cioè parafrasando: Virgilio usò queste parole nei miei confronti, e non ricevetti mai regali che mi fecero così tanto piacere.
E’ curioso notare che da “strina” viene fuori “strega”. Infatti in molte parti d’Italia c’è la consuetudine di non scambiarsi i regali a Natale, bensì alla festa della Befana il 6 Gennaio e la Befana è appunto una strega. Il culto della dea Strena si tramutò in quello della dea Salus (la Salute) e infine in quello della ninfa Igea.
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