Wislawa Szymborska

In occasione della sua recente scomparsa, pubblico tre poesie di Wislawa Szymborska, la poetessa di Cracovia.

Wislawa Szymborska

SCRIVERE UN CURRICULUM

Che cos’è necessario?

E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce, di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

[LA VITA - è il solo modo]

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;
essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla di vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

PROSPETTIVA

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

Strenna

Nell’antica Roma, sulla via Sacra ai piedi del colle Esquilino, sorgeva un tempietto dedicato alla dea Strena  - che altri chiamano Strenua o Strina. Dietro il tempietto vi era un bel giardino con ulivi e alberi di alloro. Tra la fine e l’inizio dell’anno, gli aristocratici si recavano al tempietto e raccoglievano rami di ulivo e alloro per farne dono all’Imperatore e alle famiglie di alto rango. 
Con gli anni, la processione della Strena si tramutò nell’usanza di fare dono ai bambini di alcuni dolci di marzapane che si dice avessero l’immagine della dea: una donna enorme con tre seni, come si usa fare ancora oggi in alcuni paesi del Lazio.
In italiano si dice “strenna” come sinonimo di dono, di offerta: una grande strenna natalizia oppure con un significato leggermente negativo: la solita strenna aziendale come dire “di poco conto”. Dante usa questa parola nella Divina Commedia:

 ”Virgilio inverso me queste cotali / parole usò; e mai non furo strenne / che fusser di piacere a queste iguali”
Cioè parafrasando: Virgilio usò queste parole nei miei confronti, e non ricevetti mai regali che mi fecero così tanto piacere.
E’ curioso notare che da “strina” viene fuori “strega”. Infatti in molte parti d’Italia c’è la consuetudine di non scambiarsi i regali a Natale, bensì alla festa della Befana il 6 Gennaio e la Befana è appunto una strega. Il culto della dea Strena si tramutò in quello della dea Salus (la Salute) e infine in quello della ninfa Igea.
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Cuando despertò

Il racconto brevissimo di Augusto Monterroso venne pubblicato nelle sueObras Completas nel 1959. Come mai dunque affascinò allora e continua ad affascinare oggi? Perché ne parlarono entusiasti fra gli altri Calvino, Garcia Marquez e Jorge Luis Borges?

Io credo che sia per le tantissime sfumature e suggestioni che questa immagine porta con sé.

Mi proverò perciò a tentare alcune traduzioni, al limite del fantasioso (e dell’oltraggioso, aggiugerei).

La traduzione più semplice è banale, ed è data dalla contiguità delle lingue spagnola ed italiana – la lingua è lo spagnolo di fatto, ma poiché Monterroso era guatemalteco di padre e onduregno di madre, essa aveva una potenza che lo spagnolo da solo non avrebbe mai potuto avere. Dicevo, la traduzione semplice: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”.

Chi si svegliò? E come mai aveva di fianco un dinosauro?

L’analisi può farsi ben più profonda se azzardiamo qualche ipotesi aggiuntiva. Lui (o lei) non potevano essere in una stanza, e dunque non potevano essere in un letto: poiché il dinosauro non vi sarebbe entrato – scarto, come poco probabile, l’ipotesi che si trattasse di un dinosauro piccolo: doveva trattarsi naturalmente di un dinosauro enorme.

Inoltre, questa storia racconta un anacronismo evidente: un essere umano non avrebbe mai potuto alzarsi di fianco a un dinosauro – i dinosauri, si sa, si estinsero sessantacinque milioni di anni fa, mentre l’homo sapiens è apparso appena duecentomila anni fa. Dunque chi è costui che si alza a fianco del dinosauro? E quando accadde questo fatto?

Questo mi porta ad immaginare una traduzione un po’ più libera, ma che secondo me raccoglie meglio il senso di meraviglia che le sette parole originali di Monterroso portano con sé: “Quandò si svegliò, il dinosauro, tuttavia, stava lì

Perché ovviamente accadde qualcosa, prima che egli o ella si addormentasse! E certamente, quando quel qualcosa accadde, il dinosauro era lì! Accadde qualcosa, vorrei dire, che gettava le premesse per cui il dinosauro dovesse partirsene: e invece era ancora lì! E cosa poteva essere questo accadimento. Dal mio punto di vista, è ovvio il motivo per cui il dinosauro doveva essersene andato: perché si era, nel frattempo estinto.

La seconda traduzione introduce il senso del tempo:il dinosauro non è enorme solo nello spazio: bensì è enrome anche nel tempo. Egli o ella si addormentano, ma non sappiamo per quanto. E se si fossero addormentati per centinaia di milioni di anni? E dunque, al loro risveglio, quale meraviglia soprannaturale: “il dinosauro tuttavia stava lì” – nonostante l’intercorsa estinzione.

Questi pensieri oziosi mi portano a quella che secondo me, pur essendo la meno fedele di tutte, è la traduzione che meglio conserva la primitiva meraviglia e mistero che le parole originali di Augusto Monterroso celano.

Io propongo dunque questa traduzione: “Quando scappò, il dinosauro tuttavia stava lì”.

Il dinosauro è l’enormità del tempo e dello spazio, cui l’essere umano non può fare a meno di sfuggire: poiché al suo risveglio lo troverà sempre accanto. Il dinosauro è la metafora dell’onnipresente senso di mistero che avvolge e comprende le nostre vite. In questo senso, infine, il dinosauro è Dio.

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